Il cambiamento

Era il tempo in cui salutavo la notte e accoglievo il giorno, vedendo scomparire le dolci colline della mia terra. Quando attraversi la Porrettana d’estate, sono i campi di girasole con i loro colori vivaci a catturarti il cuore. D’inverno no, i campi coperti di brina regalano sensazioni diverse e il pensiero vaga tra l’idea del duro lavoro di chi li coltiva e lo sguardo assopito di chi sta accanto.
La corriera Porrettana lascia il capolinea quando la luna è ancora alta nel cielo, per accompagnare i pendolari del nuovo giorno. È tipico di chi parte così presto terminare il proprio sonno sulle poltrone sbiadite di quel mezzo pubblico, nel tepore del respiro di tutta una vallata con il soundtrack scelto dall’autista. Nelle corriere, il viaggio fino alla città è un’altra cosa. Sali, ascolti la musica. Mai troppo alta, mai troppo bassa. Qualche odore di umano che ha dimenticato l’uso del sapone e l’inizio assonnato di una comunità in pace. Quando dal finestrino inizi ad intravedere palazzi e non più case e chi sale è terribilmente chiassoso e sveglio, la corriera si trasforma in autobus e assume le caratteristiche di questo in tutto e per tutto. Arriva la luce, il giorno. Lo stereo resta acceso, ma non lo senti più. Semmai resti turbato dal ragazzetto che ancora non ha capito lo scopo delle cuffiette: non disturbare chi ti sta intorno. Continua a tenere il volume al massimo, frastornando tutti con la sua ‘tekno’. Non capirò mai come sia possibile tollerare quella non-musica all’alba! Poi senti il clacson delle auto fuori dal tuo mondo, ormai violato. I ragazzini che salgono si insultano, scherzano, ridono. Sempre gli stessi, ad esempio quello che non ha studiato e cerca di ripassare tre mesi di lezione in dieci minuti di tragitto, dal riassunto della compagna. Ogni tanto penso che lei studi solo per lui, per elemosinare quei dieci minuti di attenzione poco interessata. Racconta concetti noiosissimi di economia con gli occhi a cuore. Poi abbiamo il gruppetto di quelli che parlano solo di calcio e la ragazza della sfilata. Credo si alzi due ore prima ogni mattina per valutare la difficile scelta del capo fortunato che potrà uscire dall’armadio! Alle 7.30 insomma l’autobus è un vocio ininterrotto, un ammasso di giubbotti colorati, di zaini tutti uguali e di sogni interrotti.
Ogni mattina alla fermata Villa Chiara saliva lei: la “bisbetica stanca”, personaggio che non riusciva a prendere vita nella mia immaginazione. Avevo creato una vita dietro ogni persona habitué del mezzo. Osservavo minuziosamente e fantasticavo su come potesse essere la loro vita, la loro famiglia, la loro casa, il loro lavoro, le loro amicizie…Bastava un pelo sul cappotto per idealizzare l’animaletto domestico, l’odore di fritto per rivivere la cena della sera prima o il trucco colato per essere empatico con la delusione d’amore della ragazza riccia seduta in seconda fila. La vecchia bisbetica no. Proprio non riuscivo a figurarmi cosa potesse renderla così antipatica. Entrava con l’arroganza della regina dell’autobus. Pretendeva, perché né aspettava né chiedeva, di trovare il posto libero: era davvero irritante. Io, a quel punto del viaggio, ero già in piedi ad osservare. I ragazzini seduti erano tutti alle prese con il cellulare e non si sarebbero accorti nemmeno dell’entrata di un alieno. Con questi era particolarmente acida, ma non avrebbe avuto problemi a discutere anche con un disabile. quando lei saliva, doveva sedersi. Era un suo sacrosanto diritto e l’aveva sempre vinta.
Quel mattino non fu necessario agitarsi e sbraitare contro qualcuno: aveva trovato un vero gentiluomo. Si alzò appena la vide entrare e, appoggiato al suo bastone di classe, con un sorriso disarmante, la fece accomodare. Non avevo mai visto la bisbetica interdetta. Le sopracciglia si rilassarono: lo sguardo dell’uomo aveva addolcito anche lei! Provò a brontolare sui “giovanotti d’oggi” che non cedono mai il posto, che sono maleducati etc…ma lui la accarezzava con lo sguardo e la ammutolì. La bisbetica non era così vecchia. Credo si fosse perfino vergognata, dopo poco, vedendo il nonno instabile col suo bastone resistere in piedi al suo fianco. Forse, nessuno aveva fatto un gesto così spontaneo e gentile per lei.
Certo, probabilmente non aveva mai fatto niente per guadagnarselo, ma ora era lì, inebetita dalle sue nuove emozioni.
Per parecchio tempo la persi di vista, fino a quando un giorno la incontrai nel mio viaggio di ritorno…Primo pomeriggio, autobus semivuoto. Io comodamente seduta ad osservare il giorno che volgeva al pomeriggio. Salirono per mano la bisbetica e il cavaliere gentleman.
Sorridenti, una luce nova negli occhi della donna.
Una signora le andò incontro e sembravano le solite frasi fatte: “Come la trovo bene, signora Elsa!”. In realtà, io sapevo bene che non lo erano.
La signora Elsa raccontò della dipartita del suo amato fratello e dei suoi ultimi giorni di malattia sofferta a Villa Chiara. Lei lo aveva accudito giorno e notte. Era proprio al termine della notte che io la incontravo stanca e provata. Come doveva sentirsi sola!  E io superficialmente l’avevo battezzata “ la bisbetica”. Poi aveva scoperto l’amore. Con orgoglio, presentò il suo impeccabile gentleman, il Sig. Vittorio, che le aveva fatto conoscere una nuova vita. L’autobus continuava il suo viaggio. Alzai lo sguardo: la Basilica sulla sua collina dominava la città, punto fermo di una realtà che non smetteva di scorrere.
Pensai che non c’è proprio motivo di arrabbiarsi o essere tristi. Non puoi mai sapere cosa capiterà alla prossima fermata.
È questo il bello del nostro splendido viaggio chiamato vita.

Linda Guglielmi, 1^G – Liceo Galvani